Francesco Cossiga

 

  

  

"L’ottavo Presidente" 

 

 

 

  

 

 

“Sarò il Presidente della gente comune”.

Così Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928 - Roma, 17 agosto 2010) aveva esordito il 24 giugno del 1985 all’inizio del suo mandato di Capo di Stato, succedendo a Sandro Pertini. Elezione avvenuta con una maggioranza record: 752 voti su 977 votanti. L’ottavo Presidente: il più giovane nella storia della Repubblica.  

Ha iniziato nel 1956, quando con un colpo di spugna ha cambiato la vecchia guardia della DC della sua città, gettando le basi di una carriera politica che lo avrebbe portato alla più alta carica dello Stato.

Brillante, buon parlatore, uomo di cultura, dotato di una memoria di ferro che gli consente di riprendere discorsi interrotti anche molti anni prima, in grado di esprimersi in tre, quattro lingue.

In trent’anni, da professorino universitario di belle speranze è diventato deputato, ministro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica. Una carriera da manuale, apparentemente dominata dal caso e altrettanto apparentemente costruita in laboratorio. Così come unisce la sua cultura giuridico-filosofica a una grande attenzione per le tecnologie: è stato uno dei primi uomini politici ad usare il computer. Non è soltanto un fatto esteriore, è un uomo che sente la transizione verso un’epoca diversa.

Dal più grande dramma della democrazia - la tragedia di Aldo moro, l’attacco al cuore dello Stato - è uscito non come un ministro dell’Interno bruciato, ma come un personaggio nuovo, capace di gesti di coraggio e di grande umanità. Un giornale tedesco ha scritto che quelle dimissioni hanno dato “un tono al suo profilo politico”.

Ministro per caso, forse, ma non eroe per caso. L’uomo Cossiga è davvero tra questi due apparenti paradossi. Non aveva alle spalle il pedigree antifascista di Pertini, di Saragat o di Gronchi. Non aveva la fama di economista di Einaudi, né quella di grande avvocato di Leone. Non aveva la consuetudine al potere di Segni, e neppure la sua profonda conoscenza della DC. È il primo inquilino del Quirinale a non appartenere alla generazione dei padri della Repubblica. Anzi, di quella generazione è il primo figlio che sale così in alto. Ma è “puro e innocente”, dice Pertini. E il giornale francese Le Matin sottolinea che ha “la reputazione di essere onesto, e questo era importante per venire dopo Pertini”.

La sua storia familiare non è fatta di grandi avventure, di carcere, di evasioni, anche se in famiglia c’è un eroe vero, morto poco più che ventenne nei giorni di Vittorio Veneto, dieci anni prima della nascita di Cossiga.

La sua vicenda privata è quella di un buon borghese con ambizioni giuste al momento giusto, nell’Italia che conosce il boom economico e scopre il gusto della politica. Moglie che preferisce restare nell’ombra, figli discreti. Neppure sotto questo aspetto offre materia ai rotocalchi.

E allora come ha fatto a diventare personaggio di rilievo tale da essere eletto presidente della Repubblica?

Un giornalista sassarese, suo vecchio amico e critico ha scritto: “Cossiga è un uomo perseguitato dalla fortuna, quanto Pertini lo fu dal fascismo”. Un giornale tedesco offre un’altra spiegazione: “È stato il più audace dei moderati e il più prudente degli innovatori”. E questo gli ha creato intorno uno spazio d’azione e una rispettabilità notevole.

Gli amici sassaresi lo ricordano come una persona particolarmente schiva, ma nel momento in cui la sua personalità doveva venir fuori lo faceva con una prepotenza intellettuale e con una preparazione superiori. Ma si chiedono ancora se la sua presenza, prima di entrare nel grande gioco, fosse frutto di un progetto o semplicemente di un caso.

Sembrava destinato a percorrere la strada dello studio e della ricerca, invece si è trovato a percorrere quella della politica. Il fatto certo è che chi l’ha conosciuto si è innamorato del personaggio, è rimasto soggiogato dal suo fascino, dalla sua capacità di elaborare un progetto con autonomia critica e con capacità di sintesi. Sempre in anticipo sugli altri.

Di suo mette sempre convinzione in tutto quello che fa. E al fondo c’è una grande fede che non ha mai abbandonato.

Nel ’56, quando era ancora agli inizi, chiuse il suo primo discorso importante chiedendo l’aiuto di Dio. Nel corso del tempo ha invocato in più occasioni “che Dio ci illumini”, “che la Madonna ci protegga”. Frutto non soltanto di una buona educazione cattolica, ma soprattutto di una fede reale. La stessa con la quale ha superato i momenti più difficili. La stessa che lo ha spinto negli anni della maturità a chiudersi più di una volta nella quiete di un convento; e negli anni giovanili a lunghe passeggiate con il rosario tra le dita.

A una giornalista che lo intervistava per La Stampa ha mostrato tutti i suoi libri: “Sono una spia di una mia speranza, forse un’illusione: arriverà un tempo in cui tornerò a quello che avevo iniziato da giovane”. Il dubbio come speranza. La stessa passione per protagonisti tormentati della cultura cattolica come Tommaso Moro e Antonio Rosmini è in fondo una passione per intellettuali che hanno messo la ragione al servizio del dubbio.

Anche di una eleganza presa in prestito dagli inglesi, ha fatto una sua caratteristica. Tanto che Roberto d’Agostino, padrino del nuovo look, ha scritto: “Ha il merito di vestire in grigio tra una folla di politici addobbati con completi commoventi, color blu-noia”.

Insomma, come immagine non ha mai sbagliato un colpo. Ha anticipato certe tendenze alla politica spettacolo e negli anni Settanta ha stravinto le elezioni presentandosi all’americana in una specie di convention di fronte a decine di migliaia di giovani. Un palco in aperta campagna davanti al quale Cossiga fece distribuire agnello alla sarda e patatine fritte all’americana. I sostenitori giravano tra il pubblico esibendo sul petto il distintivo “I like Cossiga”. 

Ha superato alcuni tra i momenti più difficili della nostra storia repubblicana: dal caso Moro a quello Donat Cattin. Quando sembrava sconfitto e pronto a cadere come una foglia d’autunno, si scopriva che era capace di riemergere con forza inaspettata, che stava soltanto prendendo la rincorsa per spiccare un salto più lungo.

Le tracce della crisi sono rimaste nei capelli diventati quasi tutti bianchi, e in una tristezza di fondo ogni tanto messa in fuga da un sorriso.

Eppure da ministro del caso Moro è riemerso come presidente del Consiglio, dalla vicenda Donat Cattin come presidente del Senato. Perseguitato dalla fortuna dunque? Può darsi. Ma certo non basta per spiegare ogni cosa...