Gillo Pontecorvo 

 

Tra le diverse pellicole restaurate dalla sezione “Venezia Classici” della 73° Mostra del Cinema (31 agosto - 10 settembre 2016), è stato presentato il capolavoro di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri” (Leone d’oro nel 1966). Un’occasione per ripercorrere la vita e la carriera di un grande maestro della storia del cinema italiano del Novecento, a dieci anni dalla sua scomparsa. 

 

“Il cinema deve essere vicino all’uomo, dentro all’uomo, deve parlare dell’uomo e non parlare del nulla: questo è il pericolo.” Così Gillo Pontecorvo in una riflessione sul cinema.

 

Scomparso a Roma il 12 ottobre del 2006, all’età di 86 anni, Pontecorvo appartiene indissolubilmente alla Storia del cinema italiano essendone uno dei più grandi e celebrati registi; questo a dispetto di una filmografia composta da poche pellicole realizzate nell’arco di cinquant’anni, tra le quali figurano capolavori assoluti come “La Battaglia di Algeri”, “Kapò” e “Queimada”.

È definito un grande maestro del Novecento, e il suo lavoro “un impegno civile sincero ed appassionato coniugato ad una ispirazione originale”, ottenuto grazie a una passione, una cura del particolare e un talento narrativo che rendono ogni suo film un evento.

La sua vita, prima di arrivare nel mondo del cinema, è ricca e avventurosa come quelle narrate in romanzi epici. Ripercorriamone dunque le tappe principali.  

Nato a Pisa il 19 novembre del 1919 da una famiglia di origine ebraica, arriva al cinema relativamente tardi, dopo anni di lavoro come giornalista, fotografo e autore di documentari.

Il fratello maggiore, Bruno Pontecorvo - un fisico nucleare allievo di Enrico Fermi nel celebre Istituto di via Panisperna - per sfuggire alle leggi razziali ripara nel 1938 a Parigi poi in Canada e infine in Russia, diventando uno dei più grandi ricercatori sui neutrini.

Gillo invece si laurea in chimica e fin da giovane, nonostante appartenga alla borghesia ebraica pisana, è sempre profondamente laico e vicino agli intellettuali del Pci.

È un grande appassionato di cinema, ma anche di musica - prende lezioni perfino dal maestro Schonberg - e di sport, che pratica a livello professionistico nei suoi anni giovanili: diviene infatti un campione di tennis, fuggendo nel 1938 insieme al fratello a Parigi.

Nella capitale francese abbina alla carriera sportiva quella di playboy e di subacqueo, frequentando al tempo stesso la scuola di Amendola e di Nergaville.

Sono anni di formazione che forgiano la sua educazione politica e la sua personale visione del mondo, venendo a contatto sia con l’universo degli esuli politici italiani sia con l’ambiente culturale francese.

Fuggito da Parigi in seguito all’arrivo dei tedeschi, ripara a Saint Tropez dove vive di pesca subacquea e dando lezioni di tennis. È poi coinvolto - grazie ai vecchi amici del Pci in esilio con i quali è rimasto in contatto - nella lotta di Liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca.

Poco più che ventenne opera come agente di collegamento tra Francia e Italia, ma in seguito torna in Italia, aderendo al Partito comunista italiano e coordinando in Piemonte e Lombardia alcune azioni partigiane. Partecipa quindi, con il nome di battaglia di “Barnaba”, alla guerriglia della Resistenza a Milano contro i tedeschi, diventando successivamente capo brigata partigiano.

Una nota curiosa è che prima di diventare regista è stato anche attore, recitando nel film del 1946 “Il sole sorge ancora”, di Aldo Vergano.