Italo Svevo 

 

 

La vita e le opere di Italo Svevo (1861-1928): il ritratto del più europeo degli scrittori italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento, interprete dell’alienazione dell’uomo moderno nella società, in linea con i coevi Pirandello, Joyce e Proust.

 

Il III Municipio di Roma gli ha dedicato una via nel quartiere Talenti.

 

Aron Hector Schmitz, il futuro Italo Svevo, nasce a Trieste il 19 dicembre del 1861.

La madre Allegra Moravia è un’italiana, nativa di Treviso, mentre il padre Francesco, figlio di un funzionario imperiale austriaco di origine ebrea, è titolare di una redditizia impresa vetraria. Figlio quintogenito, trascorre insieme ai suoi sette fratelli e sorelle un’infanzia libera da  preoccupazioni economiche nella città natale, in una grande casa affacciata sulla Corsia Stadion. Trieste fa ancora parte dell’impero austro-ungarico, nonostante la massiccia presenza di irredentisti che vorrebbero annetterla al neonato regno d’Italia.

Francesco, pur sentendosi italiano, ammira la cultura tedesca. Volendo che i figli diventino degli esperti uomini d’affari manda Ettore e i due fratelli Adolfo e Elio a studiare in un collegio a Segnitz, presso Wurtzburg in Baviera. La salute cagionevole di Elio non reggerà all’austerità dell’istituto, tanto da essere presto costretto a tornare a casa. Nei mesi trascorsi a Segnitz, tuttavia, egli tiene un diario che ci è oggi prezioso per comprendere la vocazione letteraria del fratello.

Ettore impara presto il tedesco appassionandosi alla grande letteratura di quel Paese: legge il filosofo Schopenauer, gli scrittori Jean Paul, Richter e, in traduzione, Shakespeare e Turgenev.

Poco incline ai commerci inizia presto a scrivere dando vita a un circolo culturale insieme ai compagni di studio. In questo periodo conosce anche il primo amore: quello per Anna Hertz, della quale scriverà in “L’avvenire dei ricordi”. Nel 1878, terminati gli studi, ritorna a Trieste, dove si iscrive all’istituto superiore commerciale Giuseppe Revoltella.

Frequentando senza troppo entusiasmo la scuola commerciale, sogna un viaggio a Firenze per “lavare i panni in Arno”. L’educazione tedesca e l’utilizzo quotidiano del dialetto triestino, infatti, non gli avevano mai permesso di acquisire una soddisfacente padronanza dell’italiano, lingua a cui peraltro non fu mai disposto a rinunciare. Il 2 settembre 1880 dà inizio a una collaborazione con il giornale irredentista triestino “L’Indipendente” sul quale, per dieci anni, pubblicherà recensioni teatrali e articoli di vario genere con lo pseudonimo di Ettore Samigli. Intanto abbozza ben quattro testi teatrali che non avranno mai successo. Nello stesso anno è costretto ad abbandonare molti dei suoi progetti a causa del fallimento dell’impresa paterna. Viene assunto, in qualità di corrispondente tedesco e francese, presso la  Banca Union di Trieste. A questo punto comincia a delinearsi una profonda scissione tra la vita professionale e quella privata dell’autore. Di giorno il noioso e frustrante impiego in banca e di notte l’appassionante lettura dei classici italiani, di Shiller, di Balzac, di Zola, passando dalle suggestioni romantico-positivistiche del giornale “L’Indipendente” allo scientismo verista.

Nel 1881 scrive due novelle: “Difetto moderno” e “I tre caratteri”, intitolata in seguito “La gente superiore”. In questo periodo conosce e diventa amico fraterno del diciannovenne scultore Veruda che gli ispirerà il personaggio dello scultore Balli del romanzo “Senilità”. Nel 1866 il dolore per la malattia e la morte dell’amato fratello Elio segna profondamente il suo animo. Nel 1890 “L’Indipendente” pubblica il lungo racconto a puntate “L’assassinio di via Belpoggio” che testimonia la forte influenza del pensiero di Schopenauer. Il racconto viene accolto senza particolare entusiasmo dal pubblico e dalla critica.

Sono anni di grandi cambiamenti nella vita di Ettore. Il primo aprile 1892 perde il padre. Nello stesso anno pubblica a sue spese, datandolo 1893, il suo primo romanzo, “Una vita”, presso l’editore Vram di Trieste. Lo firma con lo pseudonimo Italo Svevo per significare la sua appartenenza, nello stesso tempo, alla cultura italiana ed a quella mitteleuropea, tedesca e slava.

Anche questo lavoro, pieno di riferimenti autobiografici, passa pressoché inosservato.

Nel 1895 perde anche la madre. Egli, ormai solo, si lega sempre più alla cugina Livia Veneziani che aveva rivisto dopo molti anni nel 1892. Tra i due nasce un grande amore e ben presto, contro la volontà dei futuri suoceri, si fidanzano ufficialmente. Si sposeranno con un rito civile il 30 luglio 1896 e, l’anno successivo, avranno una bambina che chiameranno Letizia. Intanto continua il travagliato rapporto con Italo Svevo, lo scrittore che spera nel successo, e Ettore Schmitz, ormai coscienzioso padre di famiglia che affianca al lavoro in banca l’insegnamento all’istituto Revoltella e un lavoro notturno per il quotidiano “Il Piccolo”. Siamo al volgere del secolo e gli equilibri del pianeta appaiono già compromessi da quei conflitti che porteranno alla catastrofe della Prima guerra mondiale.

Il 1898 rappresenta un momento cruciale della sua vita: ribadendo lo pseudonimo di Italo Svevo pubblica, a puntate, su “L’Indipendente” il suo secondo romanzo: “Senilità”. L’opera subisce la stessa sorte delle precedenti e Ettore Schmitz giura a se stesso di smetterla per sempre con la letteratura.

Nel 1899 Ettore lascia la banca per affiancare il suocero Gioacchino Veneziani nella direzione della sua fabbrica di vernici sottomarine. Le sue condizioni economiche migliorano progressivamente: il successo che aveva invano cercato nell’arte gli viene dagli affari. Ha la possibilità di viaggiare in Francia e Inghilterra. Continua a interessarsi di letteratura, ma solo come lettore: fra gli scrittori prediletti, Ibsen, Dostoevskij, Tolstoj. Nel 1904 muore l’amico Umberto Veruda. Nel 1905 conosce a Trieste lo scrittore irlandese James Joyce, dal quale riceve lezioni private di inglese e con il quale ha un proficuo dialogo e scambio di idee sulla letteratura.

Nel 1915, scoppiata la Prima guerra mondiale che gli irredentisti triestini chiameranno “quarta guerra di indipendenza”, Ettore si trova improvvisamente solo in una Trieste abbandonata: Joyce costretto a tornare in Inghilterra, i suoceri trasferitisi, la fabbrica di vernici confiscata, non gli restano altro che il riposo e le sue vecchie passioni, lo studio del violino e la lettura. Lavora inoltre a un progetto di pace universale.

Nel 1918, anno in cui finalmente Trieste diventerà italiana, traduce, più che altro per assecondare il nipote medico che a causa di una malattia  è suo ospite, l’opera “Sul sogno” di Sigmund Freud. È una buona occasione per studiare le idee dello psicanalista tedesco che egli aveva già avuto occasione di conoscere in Austria nel 1906. Nello stesso 1918 diviene membro del Comitato di salute pubblica e, alla liberazione di Trieste, collabora con il neonato quotidiano “La Nazione”.

Ancora una volta Ettore Schmitz cede a quello che definisce “un imperativo del proprio animo” e riveste i panni di Italo Svevo cominciando, dopo quasi vent’anni di astinenza, a scrivere le prime pagine di “La coscienza di Zeno”. Scrivere, in questo momento, rappresenta per lui un modo di autoanalizzarsi, un tentativo di guarire da quel “male di vivere” che lo accomuna al protagonista dell’opera. Non è importante pubblicare quello che scrive, a suo parere, ma è impossibile fare a meno di scriverlo. Il libro vedrà le stampe solo nel 1923 e ancora una volta la particolare sensibilità di questo autore passerà pressoché inosservata, pur essendo molto apprezzata dall’amico James Joyce, che Ettore ha da poco rivisto a Parigi.

Joyce, che aveva pubblicizzato Svevo presso i suoi amici critici e letterati parigini, riesce a far sì che la critica francese si interessi a lui. In Italia intanto - è il 1925 - il poeta Eugenio Montale scrive un saggio che elogia l’opera sveviana. Nasce così il “caso Svevo” e la pubblicazione della traduzione francese di “La coscienza di Zeno”, nel 1927, viene accolta dall’entusiasmo generale per la fama che Svevo ha ormai acquistato presso i critici di tutta Europa. Conferenze, viaggi, celebrazioni: Ettore Schmitz, l’uomo d’affari, può finalmente vestire a tempo pieno i panni di Italo Svevo. Avendo finalmente realizzato il suo sogno, Svevo ricomincia a scrivere con eccezionale fecondità: novelle, commedie, saggi. Mette mano a quello che sarebbe dovuto essere il suo quarto romanzo intitolato “Il vecchione”, una continuazione di “La coscienza di Zeno”: non riuscirà a completarlo, morirà il 13 settembre del 1928 in un incidente stradale a Motta di Livenza, nei pressi di Treviso.