Il generale Clark chiede informazioni a un prete in Piazza San Pietro
Il generale Clark chiede informazioni a un prete in Piazza San Pietro

La liberazione di Roma

 

 

Nella Capitale nessuno ha mai dimenticato il 4 giugno 1944. Era la libertà: si affacciava un “mondo nuovo”, si ricominciava a vivere. Tutto era all’insegna della “fede nell’avvenire”. Ripercorriamo dunque le tappe fondamentali di quei giorni cruciali.        

 

Maggio 1944. L’offensiva alleata contro la Germania è in pieno sviluppo. Gli anglo-americani preparano il grande sbarco in Normandia che li porterà, entro la fine dell’anno, a liberare totalmente la Francia.

Sul fronte sovietico le armate russe portano a termine, vittoriosamente, la battaglia di Crimea con la liberazione di Sebastopoli e di Odessa.

Gli inglesi e gli americani bombardano sistematicamente Berlino. Anche nel lontano Pacifico le operazioni volgono a favore degli Stati Uniti che hanno appena liberato la Nuova Guinea e si apprestano ad investire l’esercito di occupazione giapponese nelle Marianne.

Nell’Italia occupata dai tedeschi queste notizie arrivano confusamente. Molti ascoltano radio Londra, ma il loro interesse è naturalmente rivolto al fronte italiano. Anche qui sembra che qualcosa si muova. A Cassino gli uomini della V e della VIII Armata hanno lanciato un attacco che ha tutta l’aria di non essere uno di quei sondaggi delle linee tedesche che si sono ripetuti ininterrottamente e con scarsa fortuna per oltre cinque mesi. “Gli uomini del generale americano Clark porteranno a termine questa volta la loro impresa?” - si chiedono i romani chiusi dalle cinque di sera nelle loro case -, “Roma sarà liberata?”.

Le notizie che giungono dal fronte autorizzano ogni ottimismo. Dopo dieci giorni di preparazione e di combattimenti gli anglo-americani il 17 maggio spezzano il fronte a Montecassino. La lotta è costata alle due parti decine di migliaia di vite. La mattina seguente anche Cassino cade in mano agli alleati. Vi entrano gli inglesi del XIII Corpo. In quel mare di rovine ci sono ben pochi superstiti. Per ritardare fino all’ultimo la marcia dei vincitori, i tedeschi hanno lasciato indietro alcuni uomini. Ora Cassino non è altro che un nodo stradale sulla contesa via Casilina, dove si incrociavano le autocolonne alleate che portavano uomini e rifornimenti sulle nuove linee di combattimento. Passando fra quelle rovine, i soldati non riescono a capacitarsi come in quel breve spazio, bianco di polvere, si sia potuta svolgere la più terribile battaglia della “Campagna d’Italia”.

Due giorni dopo la conquista di Cassino e dell’Abbazia, nel settore meridionale del fronte il II Corpo americano attacca la linea “Hitler” presso Formia e in direzione di Fondi. Cinque giorni dopo anche la linea “Hitler” è infranta e le Armate alleate possono avviarsi verso Roma: l’VIII per la via Casilina e la V per la via Appia. Una Divisione americana si dirige lungo la costa verso la testa di ponte di Anzio, dove il VI Corpo anglo-americano, forte come un’Armata, il 23 maggio inizia l’offensiva.

L’attacco principale è sferrato verso i Colli Albani e verso Velletri, occupata qualche giorno dopo, mentre il generale Alexander ordina di tagliare la ritirata nemica sulla via Casilina puntando in forze su Valmontone. Clark invece preferisce insistere in direzione di Roma, e Valmontone viene presa solo il 2 giugno, dopo che i tedeschi hanno completato il ripiegamento.

La città di Littoria è liberata dall’unica colonna americana, appena un reggimento, che dalla testa di ponte di Anzio si è diretta verso sud, incontro alla V Armata in arrivo dal fronte del Garigliano.

Il ricongiungimento avviene a Borgo Grappa il 25 maggio.

Clark dispone di una formidabile piattaforma per il lancio finale su Roma. È alla Capitale che egli continua a guardare, più che alla manovra di aggiramento chiesta da Alexander. Vuole arrivarci prima degli inglesi affinché la nuova vittoria su Hitler porti il suo nome.

Per i tedeschi è un colpo di fortuna. Essi non speravano che gli Alleati, per un motivo di prestigio personale, potessero rinunciare a cogliere, con un colossale accerchiamento, i frutti della vittoria. Scampati alla trappola di Valmontone i tedeschi abbandonano Roma con ogni mezzo, mantenendo sgombre le strade su cui si ritirano le Divisioni di Cassino. Hanno perso molti uomini, ma hanno salvato l’esercito. Proprio l’ultimo giorno vogliono lasciare un altro ricordo di sangue. Alle porte della città, in frazione La Storta sulla via Cassia, per alleggerire un automezzo assassinano 14 prigionieri politici, fra cui il vecchio sindacalista Bruno Buozzi. Poi risalgono sui camion e riprendono più in fretta la ritirata verso nord.

Il generale Clark - nei suoi diari - ricorda così il giorno della presa di Roma:

“La maggior parte della gente non collega la data del 4 giugno - giorno in cui entrammo a Roma - con lo sbarco del generale Eisenhower in Normandia, ma le due operazioni erano coordinate, e mi era stato dato l’ordine di conquistare Roma, se fosse stato possibile, subito prima dello sbarco di Eisenhower. Sicché combattemmo con tutto l’impegno e ce la facemmo appena in tempo. Naturalmente, volevamo essere la prima Armata che liberava una delle capitali dell’ “asse”; ciò avrebbe sollevato il morale degli Alleati e anche degli italiani. Sicché fu con profonda emozione che ci avvicinammo a Roma. Il 5 giugno entrai anch’io in Roma con la mia “jeep” per la via Casilina. Non eravamo molto pratici della città; il generale Hume, che era con noi, aveva suggerito che il Campidoglio sarebbe stato il luogo adatto per incontrarmi con i miei comandanti di Corpo d’Armata. Nelle vie erano gaie folle, molti cittadini agitavano bandiere. I romani sembravano impazziti d’entusiasmo per le truppe americane. Il nostro gruppetto di “jeep” errava per le vie, ma non riuscivamo a trovare il colle capitolino. Ci eravamo smarriti. A un tratto ci trovammo in piazza San Pietro e un prete si fermò accanto alla mia “jeep” e disse in inglese: “Benvenuto a Roma. Posso esservi utile in qualche modo?”. Gli chiesi la strada per il Campidoglio. Quando fummo in piazza Venezia, davanti al balcone dal quale Mussolini soleva fare i grandi discorsi, una folla plaudente ci bloccò. Ci aprimmo un varco e salimmo sul colle. Il portone del Campidoglio era chiuso; io bussai parecchie volte, non sentendomi molto conquistatore di Roma. Mentre si bussava, pensai che quella era per noi una giornata storica. Avevamo vinto la corsa di Roma per soli due giorni”.