Omaggio a Vittorio De Sica 

 

 

Vittorio De Sica (1901-1974): il ritratto di una “leggenda” del cinema italiano, che con la sua carriera di attore, regista e sceneggiatore ha fatto del “neorealismo” cinematografico un modello universale riconosciuto in tutto il mondo e in ogni epoca.  

 

Nato a Sora, in provincia di Frosinone, il 7 luglio del 1901, Vittorio De Sica esordì a teatro nel 1923 nella compagnia di Tatiana Pavlova, per passare appena tre anni dopo al cinema. Dividendosi tra i due fronti dello spettacolo, nel 1930 divenne primo attore e nel 1933 si trovò a capo di una compagnia teatrale con la prima moglie Giuditta Rissone e Sergio Tofano, specializzandosi in commedie sentimental-brillanti di Ghepardi e De Benedetti. E, appunto, il suo debutto nella regia cinematografica sarà proprio con la trasposizione di una commedia di Aldo De Benedetti, "Rose scarlatte" (1940).

Il successo sul grande schermo arrivò però come protagonista delle commedie dirette da Mario Camerini, da "Gli uomini che mascalzoni" a "Grandi magazzini", con Assia Noris con cui formò la copia più famosa e amata del periodo. Come regista si impose con "Teresa Venerdì" (1941) e si affermò con "Un garibaldino in convento" (1942), dove mostrava di possedere uno stile personale, garbato, e ben diverso da quello dei registi delle commedie dei "telefoni bianchi" che dominavano lo schermo all'epoca. Equivoci e sorrisi sì, ma anche sana ironia e freschezza, e una riscoperta italianità che i colleghi tentavano di soffocare, magari con il tocco ungherese, allora in voga.

La sua carriera di attore continuò comunque parallelamente a quella di regista. Indimenticabile il suo maresciallo dei carabinieri Antonio Carotenuto in "Pane, amore e fantasia" (1953) di Luigi Comencini, e poi in tutta la serie: "Pane, amore e gelosia", Pane, amore e…", Pane, amore e Andalusia".

Anticipatore, in un certo senso, dello spirito neorealista è il suo film successivo "I bambini ci guardano" (1943), un film capostipite anche per la tematica, oltre che per la narrazione. Fatti che si riscontrano anche nel poco visto "Le porte del cielo", restaurato qualche anno fa con "Sciuscià" dall'ex Centro Sperimentale di Cinematografia.

È stato però con la trilogia neorealista, e l'appendice favolistica, che Vittorio De Sica ha espresso il suo talento di autore nato e di uomo sensibile, e con cui raggiunse i livelli più alti della sua opera. Una sorta di "processo alla nazione" - come amava definirla lui stesso - che diventava un grido, anzi, parafrasando il titolo di un suo altro film dimenticato, un "giudizio universale" contro le ingiustizie non solo del Paese ma anche del mondo moderno.

I suoi lustrascarpe senza famiglia né infanzia; i suoi disoccupati disperati; i suoi pensionati umiliati, offesi e abbandonati rimarranno per sempre nella storia del cinema e nella memoria collettiva come il documento della crudeltà del secolo scorso, il Novecento, dominato da due Guerre mondiali e dalla paura di una terza.

Vittorio De Sica si spense in Francia (a Neuilly-sur-Seine) il 13 novembre del 1974, all’età di 73 anni, a seguito di un delicato intervento chirurgico, dopo aver finito "Il viaggio" con Sophia Loren e Richard Burton, mentre già stava preparando un nuovo film tratto dalle "Novelle della Pescara" di Gabriele D'Annunzio.

Le spoglie vennero tumulate nel cimitero monumentale del Verano, a Roma