Ugo Foscolo

 

 

 

La vita e le opere di Ugo Foscolo (1778-1827): uno dei massimi autori della letteratura italiana e principale esponente della corrente preromantica. Concepì la poesia come impegno in nome degli ideali di patria, libertà, arte e bellezza.

 

 

 

Ugo Foscolo nacque il 6 febbraio del 1778 a Zante - una piccola isola del mare Ionio che egli chiamò “grecamente” Zacinto - di padre veneziano e di madre greca.

Compiuti i primi studi a Spalato e a Zante, raggiunse nel 1792 la madre a Venezia, che vi si era trasferita dopo la morte del marito.

Si formò sui classici greci e latini, ma le sue convinzioni filosofiche derivarono dai filosofi illuministi del Settecento.

Le sue idee libertarie di stampo francese - la Rivoluzione aveva trovato proseliti anche nella vecchia e sonnolente repubblica di Venezia - destarono i sospetti del governo della Serenissima. Per cui dovette lasciare la città e rifugiarsi nella quiete dei colli Euganei, presso Padova.

Questa prima fuga da Venezia segna già il suo destino di esule, “sempre fuggente di gente in gente”. Alla passione libertaria e patriottica - il Foscolo fu uno dei primi a rivendicare di fronte ai francesi l’indipendenza italiana - si aggiunse viva e inesausta la passione amorosa che caratterizzò tutta la sua vita; quel suo disperato e affannoso perseguire un ideale di bellezza femminile senza poterla ritrovare mai in nessuna donna.

Dopo il trattato di Campoformio - 17 ottobre 1797 - che cedeva Venezia all’Austria, si rifugiò a Milano, capitale della repubblica Cisalpina, dove si arruolò come tenente della Guardia Nazionale, combattendo successivamente contro gli austro-russi nella campagna del 1799-1800.

La vittoria di Marengo - 14 giugno 1800 - che assicurò a Napoleone il possesso dell’Italia, gli permise di tornare a Milano, dove nel 1802 pubblicò la seconda redazione dell’ “Ortis”.

Nel 1803 vedevano la luce le due odi “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” e “All’amica risanata”, e i dodici sonetti.

Dal 1804 al 1806 lo troviamo nella Francia del nord, sulle coste della Manica, come capitano di fanteria della Divisione italiana là dislocata in attesa della progettata invasione dell’Inghilterra.

Tornato in Italia, compose nel 1806 i “Sepolcri”, che pubblicò a Brescia l’anno seguente.

Nel 1808 fu chiamato a ricoprire la cattedra di eloquenza nello Studio di Pavia, dove il gennaio successivo tenne la famosa prolusione “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”, ispirata al concetto che “la poesia è generatrice di civiltà e strumento primo della civile convivenza”.

Nel 1815, al ritorno degli austriaci, dopo un breve momento di esitazione, abbandonò improvvisamente Milano e riparò in Svizzera. Nell’autunno del 1816 arrivò a Londra, dove visse una vita “tribolata e dissipata” sperando sempre di conquistarsi una libertà economica e una dignità corrispondenti alla sua fama di scrittore e di poeta.

Pubblicò volumi e articoli letterari - sul testo della “Divina commedia”, del “Decameron”, sulla poesia del Petrarca - con i quali ha inizio la nostra moderna critica letteraria.

Caduto in disgrazia per la sua folle prodigalità e la sua smania di grandezza, si ridusse a vivere miseramente, tra gravi sofferenze fisiche e morali, fino alla morte che lo colpì a Turnham Green, un sobborgo di Londra, il 10 settembre del 1827. Fu sepolto nel cimitero di Chiswich. Le sue ossa tornarono in patria nel 1871, all’indomani della raggiunta Unità d’Italia.

Riposa a Firenze nel tempio di Santa Croce, tra le tombe dei grandi italiani da lui celebrati nel carme dei “Sepolcri”.