30 anni fa, Vasco Pratolini. 

 

Trent'anni fa, precisamente il 12 gennaio del 1991, si spegneva a Roma Vasco Pratolini (1913-1991). Indicato nei manuali di letteratura come l’ “iniziatore della corrente neorealista”, Pratolini è stato uno dei maggiori autori del Novecento. Appare dunque importante quanto doveroso ricordarlo adeguatamente, anche in questa sede. A lui ho voluto peraltro dedicare un ebook Kindle dal titolo, "Trentanni senza Vasco Pratolini", disponibile on line nello sconfinato Store di Amazon; pubblicazione che evidentemente vi invito a leggere. 

Vasco Pratolini allora: ovvero, il piacere del racconto.

 

Nato in un quartiere di Firenze il 19 ottobre del 1913, Pratolini perse la madre quando era ancora molto piccolo, vivendo così con i nonni materni e in seguito da solo, lavorando appena possibile come operaio in una bottega di tipografi. Ma fu anche cameriere, venditore ambulante e rappresentante.

Mentre Pratolini osservava i gesti e le parole, le abitudini della gente di quartiere che poi avrebbe fatto parlare nei suoi romanzi, andava formando pian piano, da autodidatta, la propria cultura letteraria. Letture disordinate, che rispondevano a un’unica vocazione. «La mia fortuna è che non sono stato un autodidatta confusionario, non ho mai letto male […] Ma io mi sentivo uno non addetto ai lavori, anche se, negli intervalli che mi concedeva la fabbrica, scrivevo raccontini […]».

Pratolini aveva il desiderio di raccontare. E incontrò chi volle credere in lui. Tramite il pittore Ottone Rosai, iniziò a scrivere di politica sulla rivista «Il Bargello», ma fu soprattutto Elio Vittorini che lo portò dalla politica alla letteratura. Anche se sia letteratura che politica erano già presenti nella rivista «Campo di Marte», della quale lo stesso Pratolini fu redattore assieme al poeta Alfonso Gatto, rivista soppressa dopo un anno dal regime fascista.

Neorealismo, populismo, verismo, naturalismo. Quanto appartenne Pratolini a queste correnti? Quanto se ne distaccò? Egli fu un contestatore sentimentale che con i toni della propria cronaca personale e dei propri ricordi fu in grado di costruire, fin dalle prime esperienze narrative, storie corali dove il "noi" oltrepassava l’"io" e dove ai rapporti affettivi si accompagnava una progressiva presa di coscienza della classe proletaria e popolare.

Il tappeto verde, Le amiche, Il Quartiere, fino a Cronaca familiare e a Cronache di poveri amanti, scritti negli anni Quaranta, sono opere animate da uno sguardo d’amore, da legami affettivi con la propria gente. Da un dolore privato - come la scomparsa del fratello, in Cronaca familiare - a un dolore collettivo e, soprattutto, a una minaccia del Male incombente, secondo una visione della vita sempre tesa a una sorta di manicheismo, con un’ingiustizia da riscattare in nome del Bene e una liberazione dal Male nel mondo.

Da subito considerato una produzione minore, Le ragazze di San Frediano, romanzo che Vasco Pratolini scrive nel 1948, presenta invece caratteristiche che lo associano alla tradizione novellistica trecentesca e ne fanno un prodotto nuovo e peculiare all'interno della bibliografia pratoliniana. La novità più evidente è di certo la scelta del tema, scelta che ancora una volta rispecchia l’interesse per i classici, e ancora una volta per Boccaccio in particolare, chiaro ispiratore della maliziosa beffa finale e della chiara impronta femminile della vicenda.

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, Pratolini aveva già riscosso una certa fama con Cronache di poveri amanti - che gli valse il premio Libera Stampa - e aveva avuto una breve esperienza giornalistica a Milano. Il ricordo di Firenze cominciava lentamente a sfumare. Decise allora di scrivere la trilogia Una storia italiana: un affresco storico che riuniva il mondo operaio (Metello), il mondo borghese (Lo scialo) e quello degli intellettuali (Allegoria e derisione). Una storia che fu in seguito definita dai critici ancora «troppo fiorentina» e ancora «troppo poco italiana».

Forse questa sua imprescindibile fiorentinità, questo sentimentalismo a volte pedagogico, questo autobiografismo, dal quale a fatica Pratolini si liberò, rappresentano le motivazioni per cui l’anniversario della sua morte, avvenuta il 12 gennaio 1991, è stato «scandalosamente dimenticato», come ha osservato il poeta fiorentino, nonché suo amico, Mario Luzi (1914-2005).

Certo è che il cinema lo ha premiato. Che, oltre alle sue parole, rimangono le immagini dei film tratti dai suoi libri: da Carlo Lizzani per Cronache di poveri amanti (1954) a Valerio Zurlini per Cronaca familiare (1962) - Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia - a Mauro Bolognini per Metello (1970). Oltre alle sceneggiature alle quali lo stesso scrittore collaborò: da Paisà di Roberto Rossellini a Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti a Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy. Cronache quotidiane appunto, rapporti di amore e di odio.


INVITO ALLA LETTURA



[Se si perde l'amore per il proprio quartiere

 

Non importa che sia stato pubblicato nel lontano 1945. Non importa che sia ambientato nella Firenze degli anni Trenta. Importa solo il titolo, “Il Quartiere”, appunto: uno straordinario romanzo/affresco di un epoca, scritto da Vasco Pratolini.

Leggetelo, o ri-leggetelo. È destinato a tutti, nessuno escluso. Certo, per i ragazzi è perfetto. Nel racconto brulicano le smanie, le ansie e le speranze dell’adolescenza, all’interno di una cornice storica quale quella del fascismo e della guerra. Il mastice delle vicende che si susseguono è rappresentato dall’incrollabile amicizia del gruppo, che resiste alle avversità, quelle serie e drammatiche, caratterizzanti di quegli anni. E il quartiere è la culla, il ventre caldo in cui trovare conforto e riparo. Solo chi perderà quell’amore, quel sentimento per il proprio quartiere, perderà anche il resto; perderà le proprie radici, la propria Storia. È questo che vuole farci capire Pratolini, ed è questo che vogliamo sottolineare, a settantacinque anni dalla pubblicazione del libro. Amare il quartiere in cui si è cresciuti e in cui si ha l’opportunità di vivere vuol dire declinare in positivo quei valori senza tempo che si chiamano “senso di appartenenza” e “cittadinanza attiva”. 

Quanto di più attuale e necessario per vivere serenamente la nostra difficile contemporaneità, minata e messa a rischio dal vuoto di valori imperante quasi ovunque. E allora facciamo nostra la vecchia ma sempre attuale lezione di Vasco Pratolini: amiamo i nostri quartieri, comunichiamo con la gente che li abita, rispolveriamo le tradizioni che li contraddistinguono e guardiamo con ottimismo alle trasformazioni che immancabilmente continueranno a mutarne la quotidianità.  

Buona lettura!